Ep. 95: Awa Fall, Donna Libera del Reggae in Italia
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Awa Fall ha 29 anni, è nata a Bergamo da madre italiana e padre senegalese, e vive di musica da quando ne aveva 14. Nell'episodio 92 di Torino e Cultura racconta un percorso che parte da una famiglia matriarcale, attraversa i palchi reggae di tutta Europa, e approda oggi a Torino con la label TroppoRecords distribuita da Sony Music e una ricerca identitaria che non ha nessuna intenzione di fermarsi.
La storia comincia con zia Valentina, dodici anni più grande, cresciute insieme nella stessa casa con la nonna, la mamma e il fratello più piccolo. "Valentina per me è sempre stato un modello da seguire." È lei che la introduce alla musica, ed è con lei che a 14 anni nasce Shame and Skandal, la loro prima band. Il nome è un omaggio ironico a una famiglia "un po' particolare" tutta al femminile. A 16-17 anni sono già in tour per l'Italia, tra reggae e soul.
A 18 anni Awa parte da sola. La prima band sono gli Easy Skankers di Savona, guidati da Andrea Bottaro. Con loro arriva Inna Dis Ya Iwa nel 2016, il disco che la porta al Rototom Sunsplash in Spagna, il festival reggae più importante al mondo. Poi il secondo album, Words of Wisdom, con Walter Bonneau.
Il reggae per Awa è filosofia prima che genere musicale. È il canale attraverso cui ha ritrovato le proprie radici africane. La madre, single con due figli, aveva altre priorità. "Non gliene faccio una colpa." Però in casa girava Bob Marley, e quella presenza sonora ha tenuto aperta una porta. "In Marley ho trovato quasi una figura paterna." Da lì è partito tutto: l'interesse per il Senegal, il viaggio a 18 anni appena fatto il passaporto, e oggi lo studio del Wolof. Il primo brano con parti in Wolof, Roots and Culture, ha superato un milione e mezzo di ascolti.
Awa parla con onestà della sua posizione nel panorama italiano. "Il mio colore di pelle non mi ha permesso di affermarmi in Italia." Quindici anni fa le porte erano chiuse. Le sarebbe piaciuto un percorso più pop, da amante di Irene Grandi e Tiziano Ferro, e alla fine l'inglese e il reggae sono diventati la sua strada naturale. Solo oggi vediamo i primi artisti afrodiscendenti affermarsi a Sanremo e X Factor.
Interessante la riflessione sulla parola "artista," un'etichetta che ha scelto di lasciar cadere. "Io non sono un artista, mi sento una donna libera. Una donna libera con la passione del canto." Una definizione che la libera dalla pressione e le permette di seguire il flusso: collaborazioni, vinili stampati per la cultura dub, tour sui sound system autocostruiti come in Giamaica negli anni '60, concerti a Christiania a Copenhagen.
Ora si apre un capitolo nuovo. Awa sta lavorando a quattro o cinque singoli con Troppo Records, etichetta romana, distribuiti da Sony Music. Il genere è più moderno rispetto al roots delle origini. "Bisognerà vedere come Awa si approccia a questa cosa e se riesce a mantenere la sua personalità in sonorità più moderne." I temi restano quelli di sempre: il ritorno alle origini, il viaggio verso l'Africa.
Su Torino, il giudizio è caloroso. "Mi trovo benissimo, la vedo molto attiva, c'è fervore politico e artistico. Bella, viva, e anche un po' meno razzista." Le piace il lato esoterico della città, il suo mistero, qualcosa in cui si riconosce. E chiude con una dichiarazione d'intenti aperta: "Chissà che cosa avrà da regalarmi questa città, o se avrò io qualcosa da dare a lei." Una donna libera, come preferisce definirsi, che cerca di fare al meglio con il dono che le è stato dato.