Il Verbo di Sibilla: I Libri Sibillini e l'Introduzione dei Culti Esteri
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«Custoditi nel buio del Campidoglio, scritti in esametri greci acrostici, i Libri Sibillini non leggevano il futuro, ma dettavano le leggi sacre per salvare lo Stato dal panico e dalla rovina.»
Tra tutti i documenti che hanno guidato la traiettoria millenaria della civiltà romana, nessuno fu circondato da un'aura di segretezza, timore reverenziale e potere politico pari ai Libri Sibillini. Acquistati secondo la leggenda dall'ultimo dei re, Tarquinio, e rinchiusi in un caveau sotterraneo sotto il Tempio di Giove Capitolino, questi testi in lingua greca non erano concepiti per indovinare il domani, ma per dettare la spietata terapia rituale d'emergenza nei momenti di massimo trauma collettivo. Quando pestilenze, eclissi o catastrofi militari spezzavano la stabilità dello Stato, il Senato ordinava ai magistrati custodi — i Decemviri sacris faciundis — di violare il sigillo del caveau, trasformando la parola scritta della Sibilla nel più formidabile strumento di gestione del consenso, di controllo delle masse e di geopolitica religiosa del mondo antico.
Questo saggio storico esamina l'archivio profetico della Repubblica con assoluto rigore storiografico, basandosi sull'esegesi delle fonti letterarie ed epigrafiche ed escludendo qualsiasi deriva romanzata o romanzesca. Il volume scompone l'articolazione tecnica e filologica dei libri acrostici e analizza come il Senato abbia utilizzato la parola della Sibilla per rivoluzionare il pantheon romano, introducendo i culti ellenici di Apollo e Asclepio per integrare l'Urbe nelle rotte culturali del Mediterraneo. L'opera ripercorre le consultazioni più drammatiche, dalle espiazioni cruente ordinate dopo la disfatta di Canne contro Annibale fino all'incredibile importazione della pietra nera della Magna Mater dall'Asia Minore. Il testo svela i dettagli della titanica ricostruzione dell'archivio oracolare globale dopo l'incendio dell'anno ottantatré avanti Cristo, l'epurazione e la censura politica imposte dal fuoco di Augusto, fino al definitivo rogo pubblico ordinato da Stilicone nel Tardoantico per spezzare l'ultimo simbolo dell'autorità sacrale di Roma pagana.
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