La presidente della Film Commission Torino Piemonte racconta come uno sguardo manageriale e internazionale sta trasformando il cinema del territorio in una filiera industriale solida.
Beatrice Borgia arriva al cinema da un percorso lontano dal cinema. Nata a Chieri, parte per Melbourne a diciassette anni e scopre una dimensione internazionale che la accompagnerà per vent'anni. Studia biotecnologie tra Torino e l'Imperial College di Londra, dottorato al Politecnico di Zurigo, carriera nell'ambito medicale negli anni d'oro delle biotecnologie. Un executive MBA la porta verso la corporate finance, poi il salto da una grande società quotata al Nasdaq a una startup tech. Da lì arriva l'opportunità della Film Commission Torino Piemonte, che oggi presiede.
Guarda il cinema con gli occhi di chi viene dall'industria. Ne coglie subito la capacità di generare una trasformazione profonda, culturale, identitaria e industriale, in un territorio che è stato la culla del cinema italiano. La colpisce il dinamismo di un settore estemporaneo, che vive di picchi e di momenti, dove una grande produzione può cambiare il volto della città in una settimana.
Da qui il lavoro sulla filiera. La Film Commission ha due leve. Una attrae produzioni nazionali e internazionali. L'altra rende solida la filiera del cinema e dell'audiovisivo. L'obiettivo è la resilienza. Da cinque anni le produzioni hanno raggiunto un tetto, e il lavoro si concentra su qualità e internazionalità, con progetti che arrivano a Cannes, Venezia, Berlino.
Nata ventisei anni fa, tra le prime in Italia, la Film Commission porta l'imprinting imprenditoriale di Marco Boglione. Gli strumenti sono molti: i fondi della Regione Piemonte, un nuovo fondo per lo sviluppo con la Fondazione Compagnia di San Paolo, e fondi diretti per i progetti sperimentali, documentari, corti, animazione. Un sostegno a tutti i generi e una cura per i giovani talenti che fa parte del DNA del territorio.
Il Piemonte offre paesaggi capaci di raccontare storie diverse. Torino diventa Roma, Parigi, Varsavia. "Siete una perla nascosta, una hidden gem", si sente dire, e risponde: "La speranza è di diventare poi una shining star". Tra i servizi c'è il location scouting e la nostra sede, dodicimila metri quadrati in un ex lanificio ristrutturato, con sale casting, sala cinema, moduli per attrezzeria e costumiste. La casa del cinema che Boglione immaginava così: "If you come in Torino, you have a home".
Il cuore resta la filiera. La Film Commission fa da ponte tra la grande produzione e i professionisti locali. Le produzioni internazionali portano due o tre figure chiave e trovano qui tutto il resto. Da qui la campagna "With us you can travel light", porta solo la tua storia.
Le produzioni si diffondono oltre Torino, verso colline, laghi e montagne, con i budget internazionali più alti. Il mercato è cambiato, dai lungometraggi autoriali alle serie televisive che restano sei mesi e creano continuità di lavoro. Alle leve di internazionalità e qualità si aggiunge la responsabilità. La Film Commission è stata la prima in Italia a pubblicare un bilancio sociale, con le ricadute calcolate insieme al Dipartimento di Management dell'Università di Torino. Ogni euro investito ne riporta sul territorio tra i dieci e i venti, con l'ottanta per cento che torna sulla filiera.
Gli aneddoti raccontano la versatilità della città. Fast and Furious con le auto nel Po e le palle infuocate in piazza Crimea, Ferrari di Michael Mann, Sorrentino che ha girato il Quirinale nei palazzi torinesi, Guadagnino che ha usato Torino come set a cielo aperto per ricreare la Silicon Valley dei primi anni Novanta. E Cannes, con Le otto montagne nella selezione ufficiale. Lì Borgia ha scoperto la dimensione umana del cinema, quella dei titoli di coda ascoltati in silenzio, con gli applausi che arrivano solo all'ultimo nome.