エピソード

  • Ep. 99: Franz Goria - La libertà di tenere l'arte fuori dal mercato
    2026/06/23

    Franz Goria ha sempre tenuto insieme strade diverse. Nato a Torino, cresciuto tra Torino, Milano e la Toscana, fa il musicista da sempre e si occupa di design digitale dagli anni Novanta. Liceo artistico, Accademia di Belle Arti, psicologia: un percorso che lui chiama trasversale. In musica è partito dalla batteria, studiando con il maestro Lucchini, e poi è passato a chitarra e voce. «Era più facile per me trovare un batterista più bravo di me che un cantante meno egocentrico.»

    Una scelta di fondo attraversa la sua vita. Il design gli dà da vivere. La musica resta il territorio della libertà. Il disco solista La scatola nera è rimasto inedito per anni proprio per questo: «Se vuoi ascoltare questa cosa devi venirla a vedere.» Una scelta «totalmente antieconomica, però all'interno di un'economia che oggettivamente non esiste». Uscirà l'anno prossimo.

    La sua storia comincia da ragazzino, prima della patente, quando va in bicicletta a conoscere i Fluxus in una sala prove della Barriera di Milano. Lì incontra Luca Pastore e Roberto Rabellino, il nucleo storico della band. Goria veniva dall'hardcore, dai Nerorgasmo, e teneva a cantare in italiano. La Barriera resta uno dei luoghi che ama di più di Torino, oggi popolato da famiglie senegalesi e cinesi. «Sembra di stare a Tunisi», dice come un complimento, perché ci trova vita vera.

    Erano gli anni delle etichette indipendenti. I Fluxus registrano all'Acqualuce da Tino Paratore, nello stesso periodo dei Marlene Kuntz. Tiziana Baudo, figlia di Pippo Baudo, arriva in sala prove per metterli sotto la sua etichetta Ritmi Urbani, ma l'accordo salta. Le loro influenze andavano dai Pixies ai Van der Graaf Generator, dai Ministry ai Fugazi. Quando un giornalista paragonò il disco ai Pearl Jam citando Eddie Vedder, Goria rispose: «Perdonami, ma per me non è un complimento.»

    Quegli anni li ha vissuti nei centri sociali, dove regnava una libertà che oggi fatica a ritrovare. Al Beach Boom Festival di Jesolo migliaia di persone vedevano i CSI e i Marlene. Da qui una critica diretta alla politica culturale italiana, che secondo lui non ha mai funzionato. All'estero l'arte viene sostenuta per liberarla dal mercato. Cita Antonio Rezza, che faceva le cose «senza prendere una lira», e le performance estreme di Stelarc, oggi impensabili.

    Sui formati ha le idee chiare. Il compact disc è una chimera fragile. Il vinile resta superiore per suono ed esperienza. «Anche se un domani non ci dovesse essere più l'energia elettrica, lo potrei sempre ascoltare.» Lo streaming lo chiama un disastro. L'intelligenza artificiale la vede come la vera rivoluzione del momento, un cambio di paradigma che gli ricorda il Web 2.0.

    Vive più a Milano dal 2013, città aperta. La vita underground però continua a farla a Torino, che chiama il laboratorio e «un cervello». Ricorda la Torino agghiacciante degli anni Ottanta e poi l'esplosione dei Murazzi negli anni Novanta, alimentata dai movimenti dal basso, dalla Pantera ai concerti del collettivo Pancanar. Il cinema torinese ha attraversato la sua vita: la comparsa in La seconda volta di Mimmo Calopresti, una scena di Tutti giù per terra girata durante la Pantera, il lavoro di scenografo digitale. Per una fiction sulla storia di Tanzi gli chiesero un mandato d'arresto portoghese: recuperò quello di Jim Morrison e lo rese irriconoscibile.

    Nel 2005 nasce con Dan Solo, ex Marlene Kuntz, il progetto Petrol. Sul fondo resta la sua posizione più ferma. Ha fatto il produttore artistico, ben pagato, e ha smesso perché lavorava su cose che non amava. Per Goria la musica è intima, personale, e il momento in cui diventa lavoro è il momento in cui smette di essere sua.


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    58 分
  • Ep. 98: Beatrice Borgia - Da Gemma Nascosta a Stella che Brilla
    2026/06/09

    La presidente della Film Commission Torino Piemonte racconta come uno sguardo manageriale e internazionale sta trasformando il cinema del territorio in una filiera industriale solida.

    Beatrice Borgia arriva al cinema da un percorso lontano dal cinema. Nata a Chieri, parte per Melbourne a diciassette anni e scopre una dimensione internazionale che la accompagnerà per vent'anni. Studia biotecnologie tra Torino e l'Imperial College di Londra, dottorato al Politecnico di Zurigo, carriera nell'ambito medicale negli anni d'oro delle biotecnologie. Un executive MBA la porta verso la corporate finance, poi il salto da una grande società quotata al Nasdaq a una startup tech. Da lì arriva l'opportunità della Film Commission Torino Piemonte, che oggi presiede.

    Guarda il cinema con gli occhi di chi viene dall'industria. Ne coglie subito la capacità di generare una trasformazione profonda, culturale, identitaria e industriale, in un territorio che è stato la culla del cinema italiano. La colpisce il dinamismo di un settore estemporaneo, che vive di picchi e di momenti, dove una grande produzione può cambiare il volto della città in una settimana.

    Da qui il lavoro sulla filiera. La Film Commission ha due leve. Una attrae produzioni nazionali e internazionali. L'altra rende solida la filiera del cinema e dell'audiovisivo. L'obiettivo è la resilienza. Da cinque anni le produzioni hanno raggiunto un tetto, e il lavoro si concentra su qualità e internazionalità, con progetti che arrivano a Cannes, Venezia, Berlino.

    Nata ventisei anni fa, tra le prime in Italia, la Film Commission porta l'imprinting imprenditoriale di Marco Boglione. Gli strumenti sono molti: i fondi della Regione Piemonte, un nuovo fondo per lo sviluppo con la Fondazione Compagnia di San Paolo, e fondi diretti per i progetti sperimentali, documentari, corti, animazione. Un sostegno a tutti i generi e una cura per i giovani talenti che fa parte del DNA del territorio.

    Il Piemonte offre paesaggi capaci di raccontare storie diverse. Torino diventa Roma, Parigi, Varsavia. "Siete una perla nascosta, una hidden gem", si sente dire, e risponde: "La speranza è di diventare poi una shining star". Tra i servizi c'è il location scouting e la nostra sede, dodicimila metri quadrati in un ex lanificio ristrutturato, con sale casting, sala cinema, moduli per attrezzeria e costumiste. La casa del cinema che Boglione immaginava così: "If you come in Torino, you have a home".

    Il cuore resta la filiera. La Film Commission fa da ponte tra la grande produzione e i professionisti locali. Le produzioni internazionali portano due o tre figure chiave e trovano qui tutto il resto. Da qui la campagna "With us you can travel light", porta solo la tua storia.

    Le produzioni si diffondono oltre Torino, verso colline, laghi e montagne, con i budget internazionali più alti. Il mercato è cambiato, dai lungometraggi autoriali alle serie televisive che restano sei mesi e creano continuità di lavoro. Alle leve di internazionalità e qualità si aggiunge la responsabilità. La Film Commission è stata la prima in Italia a pubblicare un bilancio sociale, con le ricadute calcolate insieme al Dipartimento di Management dell'Università di Torino. Ogni euro investito ne riporta sul territorio tra i dieci e i venti, con l'ottanta per cento che torna sulla filiera.

    Gli aneddoti raccontano la versatilità della città. Fast and Furious con le auto nel Po e le palle infuocate in piazza Crimea, Ferrari di Michael Mann, Sorrentino che ha girato il Quirinale nei palazzi torinesi, Guadagnino che ha usato Torino come set a cielo aperto per ricreare la Silicon Valley dei primi anni Novanta. E Cannes, con Le otto montagne nella selezione ufficiale. Lì Borgia ha scoperto la dimensione umana del cinema, quella dei titoli di coda ascoltati in silenzio, con gli applausi che arrivano solo all'ultimo nome.


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    22 分
  • Ep. 97: Federica De Paolis - Torino, il tradimento e la sistematicità della scrittura
    2026/05/26

    Federica De Paolis è romana, scrittrice, giornalista, docente di scrittura creativa. Alla puntata 97 di Torino e Cultura porta una geografia personale che intreccia famiglia, cinema e letteratura. "Questa città ha un ascendente su di me nella linea genitoriale", racconta parlando del padre, nato a Torino nel '42 quasi per caso, tifoso juventino fino a oggi.A venticinque anni entra nella società di distribuzione del padre, BIM, e per anni cura la parte legata al Torino Film Festival. Ogni novembre torna in città. Si innamora due volte, una di un romano e una di un torinese. A trent'anni inizia a scrivere e quel pellegrinaggio annuale si raddoppia: alla Fiera del Libro arriva da outsider con lo zainetto. "Ogni volta che vengo qui mi sento accolta, mi sento accolta dalla città e mi sento accolta dalle persone". Si definisce romana col coltello in mezzo ai denti, e proprio per questo l'accoglienza torinese la colpisce.Il nono libro si intitola "Il nemico" ed è ambientato a Torino. Adele è una traduttrice di via Quattro Marzo, sposata con un chirurgo ortopedico delle Molinette, madre di un'adolescente. Le viene affidata la traduzione di un romanzo, anch'esso intitolato "Il nemico", di un grande scrittore francese di nome Roland Blier. La collaborazione diventa flirt, il flirt incontro, scocca l'amore. Per Adele tradire è una violenza. Il libro mostra il tradimento da angolature multiple: la figlia viene tradita da un'amica, il marito da un amico. La storia con lo scrittore francese si rivela un viaggio all'inferno. Lui si concede, si nega, sparisce.Il libro si apre con due donne in vacanza all'Isola Forte, luogo immaginario. L'amica Dacia confessa di tradire sistematicamente il marito, lo definisce un arrotondamento della vita matrimoniale. Il capitolo si chiude con una frase che Federica recita a memoria: "Mi resi conto che questa affermazione si mise dentro di me come un seme. E fu da lì che finirono i miei giorni felici". È anche un libro sull'amicizia femminile. Qui entra Barbara Frandino, scrittrice torinese conosciuta quattro anni fa, una delle ragioni dei suoi continui ritorni.Federica ha studiato al liceo artistico e disegna. Quando prepara un romanzo, al posto delle scalette fa disegni. Per "Il nemico" si è appostata sul Po, è andata a Casa Mollino e si è divertita da morire, anche se quella casa nel libro non è entrata. Negli ultimi due anni collabora con la Holden.Sulla scrittura smonta il mito romantico. "Scrivo come un'impiegata delle poste, non è vero che si scrive bevendo la birra e fumando di notte come Bukowski". Otto chilometri di camminata ogni mattina, sessioni da tre ore, sempre la stessa pausa. La scrittura è cinematografica, viene dalla sceneggiatura, tre atti, scene divise, attaccata alla trama. Ha quattro libri opzionati. Una stesura dura nove mesi. La sera, dopo cena, un bicchiere di vino le dà lo scollamento giusto per rileggere. Tre, quattro pagine al giorno, basta così.Nel romanzo precedente, "Da parte di madre", racconta di essere stata in analisi da ragazza con Bianca Garufi. Una sera dorme all'hotel Cavour, lo stesso dove è morto Pavese. Chiede di vedere la stanza, le mostrano il letto singolo, il telefono di bachelite, "Dialoghi con Leucò". Leucò vuol dire bianca, il libro è dedicato a Bianca Garufi. A trent'anni Federica scopre che la sua psicanalista è stata l'amante di Pavese.L'episodio si chiude con un aneddoto da giovane addetta festival. Toccava a lei accogliere Ken Loach e Robert Guédiguian, scambiò gli alberghi e sbagliò le proiezioni. Quei due signori di sinistra accolsero ogni errore con la massima signorilità.

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    18 分
  • Ep. 96: Stefano Zenni - La direzione artistica come dialogo con la città
    2026/05/19

    Stefano Zenni dirige il Torino Jazz Festival con un mandato che scade nel 2027. Abruzzese di Chieti, classe 1962, è arrivato al jazz da ragazzo grazie al festival di Pescara e alle radio libere degli anni Settanta. Si è laureato in musicologia al DAMS di Bologna e diplomato in pianoforte. Ha suonato a Siena Jazz come allievo di Franco D'Andrea e Bruno Tommaso, arrivando anche sul palco con Paolo Fresu. Intorno ai trent'anni ha scelto la musicologia. Oggi insegna Storia del Jazz al Conservatorio di Bologna, città dove vive da quattro anni. L'insegnamento per lui è "la benzina della mia vita, è il fluido vitale".Ha imparato il mestiere a Prato, dirigendo Metastasio Jazz per ventisette anni. I primi anni sono stati sanguinosi, pieni di errori. Ha imparato facendo, dal portare l'acqua minerale ai musicisti sul palco agli aspetti gestionali. La sua definizione di direzione artistica è netta: "La direzione artistica non è semplicemente scegliere dei musicisti, magari di giro, e li metti in fila una data dopo l'altra". Un direttore artistico ha un progetto culturale per il luogo dove lavora, dialoga con la sua storia, con le sue esigenze. È un processo dialettico.A Torino è arrivato nel 2013 con una telefonata dell'assessore Maurizio Braccialarghe, che Zenni ricorda come padre e maestro. Il salto di scala era enorme, da 40.000 euro di budget a Prato agli 800.000 del Torino Jazz Festival. Tra i ricordi di quegli anni il concerto di Abdullah Ibrahim spostato per pioggia al Regio, che ha aperto la strada all'uso degli spazi al chiuso, e il Sonic Genome di Anthony Braxton al Museo Egizio nel 2015 con ottanta musicisti dalle sei alle due di notte.Dopo l'avvicendamento del 2017, Zenni è tornato nel 2023 vincendo un bando ben fatto. Oggi lavora con la Fondazione per la Cultura Torino diretta da Alessandro Isaia. Quello che lo colpisce sono i complimenti dei musicisti, che notano un'aria rilassata nel retropalco, una passione autentica.La svolta più interessante riguarda il rapporto con la città. Zenni si muove sui mezzi pubblici perché non guida, e questo lo ha portato a conoscere i club, le associazioni, Porta Palazzo, i Murazzi, San Salvario, il mercato dei contadini di piazza Madama Cristina. Poi c'è l'altra Torino, quella dei Jazz Blitz curati da Sergio Bonino. Concerti di giovani musicisti del conservatorio portati nelle case famiglia, nei centri diurni, negli ospedali psichiatrici, negli hospice, nei centri di detenzione, nei dormitori. Qui Zenni ha capito una cosa: "Non si portano le persone, ci si va". Operazione inversa. Il festival si alza dalla sedia e raggiunge il pubblico dove vive.Stessa logica nella programmazione. I concerti a pagamento li decide lui, tutti gli altri, una trentina, vengono scelti fifty-fifty con gli operatori dei territori. Quest'anno ha esteso la condivisione del potere alle nuove generazioni con uno young board di tre ragazzi del premio Ramella, ai quali è stata data carta bianca.La tesi finale è chiara. Un festival che cala dall'alto proposte che vengono consumate e spariscono non serve. Un festival deve incidere sulla realtà, fecondarla in una dimensione dialettica. La ricchezza di Torino non deve rimanere silenziosa, e il compito del festival è darle modo di esprimersi.

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    30 分
  • Ep. 95: Awa Fall, Donna Libera del Reggae in Italia
    2026/05/12

    Awa Fall ha 29 anni, è nata a Bergamo da madre italiana e padre senegalese, e vive di musica da quando ne aveva 14. Nell'episodio 92 di Torino e Cultura racconta un percorso che parte da una famiglia matriarcale, attraversa i palchi reggae di tutta Europa, e approda oggi a Torino con la label TroppoRecords distribuita da Sony Music e una ricerca identitaria che non ha nessuna intenzione di fermarsi.

    La storia comincia con zia Valentina, dodici anni più grande, cresciute insieme nella stessa casa con la nonna, la mamma e il fratello più piccolo. "Valentina per me è sempre stato un modello da seguire." È lei che la introduce alla musica, ed è con lei che a 14 anni nasce Shame and Skandal, la loro prima band. Il nome è un omaggio ironico a una famiglia "un po' particolare" tutta al femminile. A 16-17 anni sono già in tour per l'Italia, tra reggae e soul.

    A 18 anni Awa parte da sola. La prima band sono gli Easy Skankers di Savona, guidati da Andrea Bottaro. Con loro arriva Inna Dis Ya Iwa nel 2016, il disco che la porta al Rototom Sunsplash in Spagna, il festival reggae più importante al mondo. Poi il secondo album, Words of Wisdom, con Walter Bonneau.

    Il reggae per Awa è filosofia prima che genere musicale. È il canale attraverso cui ha ritrovato le proprie radici africane. La madre, single con due figli, aveva altre priorità. "Non gliene faccio una colpa." Però in casa girava Bob Marley, e quella presenza sonora ha tenuto aperta una porta. "In Marley ho trovato quasi una figura paterna." Da lì è partito tutto: l'interesse per il Senegal, il viaggio a 18 anni appena fatto il passaporto, e oggi lo studio del Wolof. Il primo brano con parti in Wolof, Roots and Culture, ha superato un milione e mezzo di ascolti.

    Awa parla con onestà della sua posizione nel panorama italiano. "Il mio colore di pelle non mi ha permesso di affermarmi in Italia." Quindici anni fa le porte erano chiuse. Le sarebbe piaciuto un percorso più pop, da amante di Irene Grandi e Tiziano Ferro, e alla fine l'inglese e il reggae sono diventati la sua strada naturale. Solo oggi vediamo i primi artisti afrodiscendenti affermarsi a Sanremo e X Factor.

    Interessante la riflessione sulla parola "artista," un'etichetta che ha scelto di lasciar cadere. "Io non sono un artista, mi sento una donna libera. Una donna libera con la passione del canto." Una definizione che la libera dalla pressione e le permette di seguire il flusso: collaborazioni, vinili stampati per la cultura dub, tour sui sound system autocostruiti come in Giamaica negli anni '60, concerti a Christiania a Copenhagen.

    Ora si apre un capitolo nuovo. Awa sta lavorando a quattro o cinque singoli con Troppo Records, etichetta romana, distribuiti da Sony Music. Il genere è più moderno rispetto al roots delle origini. "Bisognerà vedere come Awa si approccia a questa cosa e se riesce a mantenere la sua personalità in sonorità più moderne." I temi restano quelli di sempre: il ritorno alle origini, il viaggio verso l'Africa.

    Su Torino, il giudizio è caloroso. "Mi trovo benissimo, la vedo molto attiva, c'è fervore politico e artistico. Bella, viva, e anche un po' meno razzista." Le piace il lato esoterico della città, il suo mistero, qualcosa in cui si riconosce. E chiude con una dichiarazione d'intenti aperta: "Chissà che cosa avrà da regalarmi questa città, o se avrò io qualcosa da dare a lei." Una donna libera, come preferisce definirsi, che cerca di fare al meglio con il dono che le è stato dato.


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    14 分
  • Ep. 94: Renata Gili - Fiducia, prevenzione e il paradosso della sanità che cambia
    2026/05/04

    Renata Gili sorride quando racconta che fino al Covid, se diceva di essere un'igienista, le persone pensavano all'igienista dentale. La sua specialità, Igiene e Medicina Preventiva, è emersa dal sommerso con la pandemia. Medico di sanità pubblica a Torino, tiene la rubrica settimanale Una mela al giorno su Repubblica Torino ed è attiva sui social. Ha iniziato a fare divulgazione nel 2019 con Roberto Burioni. Da poco è mamma e racconta la voglia di ripartire col suo secondo lavoro, la comunicazione scientifica.Perché un medico dovrebbe fare divulgazione? La prima risposta di Renata è disarmante: "Lo faccio perché mi piace." La seconda è sociale, partecipare alla vita della comunità con quello che si sa fare. La terza è più strutturale e ruota intorno a quello che lei chiama il paradosso della fiducia. La fiducia nei medici e nelle istituzioni sanitarie sta calando tantissimo. Durante il Covid c'è stato un breve momento di applausi, poi il vento è cambiato in fretta. Oggi molti si fidano meno di chi lavora davvero per farli stare meglio e si fidano dell'influencer che parla di medicina senza essere medico, che interpreta la scienza a modo suo, che parla per opinioni sentite. "È molto strano pensare che ci sia qualcuno in grado di lavorare veramente per salvarci la vita, e persone che di queste istituzioni non si fidano ma si fidano del primo sconosciuto su TikTok."Il paradigma è cambiato. Fino a pochi anni fa quello che diceva il medico era quasi la Bibbia. Adesso siamo all'estremo opposto: me l'ha detto il medico, quindi è una cavolata, perché è pagato da Big Pharma. Renata riconosce che una parte di responsabilità è dei medici stessi, che storicamente non hanno coltivato la capacità di comunicare. La disinformazione sui social viaggia più veloce delle informazioni concrete, e quando tocca la salute diventa pericolosissima.C'è poi un secondo paradosso, quello dell'invisibilità. La prevenzione previene catastrofi che quindi non si verificano, e nessuno si rende conto che non si sono verificate proprio grazie a quella strategia. "I vaccini sono vittime del loro stesso successo. Hanno funzionato, quindi non vediamo più ciò che in passato ci faceva stare molto male." Non moriamo di poliomielite, non vediamo più epidemie di morbillo. Lo dimentichiamo, e quel dimenticare alimenta l'idea che i vaccini siano inutili.Sull'intelligenza artificiale Renata è lucida. Il dottor Google è stato sostituito da ChatGPT, che risponde come se fosse una persona. Cita un esperimento raccontato su Nature: una ricercatrice ha inventato una malattia, la binoximania, l'ha descritta in un paper dichiarando che era uno scherzo, poi l'ha messa online. L'intelligenza artificiale ha cominciato a diagnosticarla. Lei la usa come strumento solo quando ha già le sue fonti e le sue idee, e ricorda che nel suo lavoro l'empatia è un requisito fondamentale, dietro le piattaforme non ci sono esseri umani.L'ultima parte è la più politica e ruota intorno a un dato che spiazza. Negli Stati Uniti la spesa sanitaria pagata di tasca propria dai cittadini è circa il 10%. In Italia ha superato il 20%. "Continuiamo a pensare di vivere in un sistema in cui la sanità è pubblica. I dati invece parlano di un sistema in cui c'è molto privato, moltissimo." Le liste d'attesa costringono a rinunciare alle cure, i medici di famiglia mancano, a Torino ci sono migliaia di pazienti orfani. I medici rimasti sono sovraccarichi, la burocrazia divora la giornata, il burnout porta ad abbandoni. Anche in pronto soccorso scappano medici e infermieri. Renata chiede che ognuno prenda coscienza del fatto che la sanità pubblica che abbiamo nel cuore sta cambiando, e che serve una scelta politica su dove andare. Nel frattempo, il suo lavoro di divulgazione prova a tenere aperto un canale di fiducia, una mela al giorno alla volta.

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    26 分
  • Ep. 93: Saverio Isola — Progettare il vuoto, abitare il tempo di una Torino in trasformazione
    2026/04/28

    Saverio Isola è cresciuto dentro l'architettura. Prima in casa, al fianco del padre allo studio Gabetti e Isola, poi nelle strade di una Torino che negli anni Settanta, Ottanta e Novanta si svuotava e si riempiva, attraversata dalla cultura underground e dai Murazzi. Oggi guida Isola Architetti, lo studio nato nei primi anni Duemila con un gruppo di amici dell'università, e firma alcune trasformazioni significative della città: Museo Egizio, Biblioteca Centrale di Torino Esposizioni con Rafael Moneo, Palazzo Carignano, Palazzo Lascaris.I suoi maestri vanno oltre il perimetro della disciplina. Elio Luzi, Roberto Gabetti, Peter Cook, Moneo da un lato. Dall'altro Dante Ferretti, con cui ha lavorato al Museo Egizio, e Tonino De Bernardi, regista underground torinese. «Mi hanno insegnato tante visioni del mondo, cioè mi hanno insegnato a guardare lo spazio».Il concetto che torna con più insistenza è il vuoto. Non come assenza, come materia. «Il vuoto è fondamentale, questo vuoto che diventa per me proprio materia progettuale. Le idee più interessanti mi arrivano dal vuoto». Per trovarlo scappa dallo studio, va in montagna ad arrampicare. Lo attribuisce anche agli anni dedicati allo yoga. Lo stesso principio vale per il tempo: «io progetto non tanto nello spazio, ma più nel tempo».Dalla fondazione dello studio Saverio stima fra trecento e quattrocento progetti sviluppati, circa la metà realizzati. I progetti che non hanno visto la luce non sono sprechi. «La nostra architettura è molto sostenibile dal punto di vista delle idee. Non sprechiamo idee, cerchiamo di riutilizzarle, rigirarle, riplasmarle». Ogni architettura porta dentro un pezzo del progetto precedente.Lo studio oggi si occupa prevalentemente di restauro. È una scelta quasi etica. Lavorare sul costruito significa interrogare gli edifici, immaginare sviluppi futuri, lasciare flessibilità. Il Museo Egizio è diventato uno dei più grandi laboratori culturali della città, spazio di produzione oltre che contenitore. La Biblioteca di Torino Esposizioni con Moneo è nelle battute finali di cantiere.C'è un altro pezzo di identità da raccontare. Saverio fa volontariato nel Soccorso Alpino, dove si occupa di ricerca dispersi con droni e intelligenza artificiale. L'AI torna anche nello studio. «Ho una visione assolutamente positiva. Relazionarsi con un'intelligenza di qualsiasi tipo è uno stimolo fondamentale. Va gestita, ci vuole un regista dietro».Sulla visione urbana cita Berlino e Nantes come modelli. La direzione è chiara: ampliare lo spazio alle periferie, costruire policentricità. L'asse verde del Valentino e la tangenziale verde sono già gesti di allargamento. Il passo successivo è guardare oltre il Po, verso la collina e i suoi 900 chilometri di sentieri. Torino deve puntare su infrastruttura verde, mobilità sostenibile, ciclabili ancora mancanti. Le città che hanno puntato solo sul turismo hanno generato problemi abitativi e aumento degli affitti.La cifra dello studio sta in opposti che convivono. Matita e acquarello accanto a modellazione 3D e BIM. Naturale e artificiale, artigianale e tecnologico, storia e contemporaneità. Saverio vive a metà tra città e campagna, coltiva l'orto, osserva la natura trasformarsi. Pensa l'architettura allo stesso modo. «Il mattone invecchia, assume delle muffe, dei colori come le pietre, il legno. Immaginarsela già invecchiata potrebbe essere un elemento da tenere in considerazione».La chiusura è una dichiarazione di metodo. «Siamo bombardati da immagini, progetti, urgenze. Quello che è più importante è riuscire a creare spazio e creare tempo. Un tempo in cui sospendo tutto e il subconscio fa il suo lavoro di far emergere le idee». E poi il dialogo. Perché la città, alla fine, è sempre degli altri.

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    19 分
  • Ep. 92: Roberto Zibetti - Torino, il teatro e l'artigianato di una vita sul palcoscenico
    2026/04/01

    Per l'episodio 92 di Torino e Cultura ho intervistato Roberto Zibetti, attore e regista teatrale nato a Summit, nel New Jersey, nel 1971 da genitori italiani, cresciuto a Torino. In oltre trent'anni di carriera ha lavorato con Luca Ronconi, Giorgio Strehler, Bernardo Bertolucci, Paolo Sorrentino, Marco Tullio Giordana e molti altri. La conversazione si è svolta nel solaio della sua casa di famiglia, costruita dal nonno commesso viaggiatore. Un luogo pieno di oggetti accumulati in decenni di lavoro teatrale, dalla porta del Giovane Holden in legno bianco fino a un cestino di ferro "sottratto all'amministrazione comunale nell'epoca punk".Zibetti ha debuttato a diciannove anni al Lingotto con "Gli ultimi giorni dell'umanità" di Ronconi. Uno spettacolo monumentale: più di trenta vagoni ferroviari, sessanta attori, cento tecnici, sovvenzionato dalla Fiat prima del restauro dello stabilimento. L'incontro con Ronconi è un racconto da un altro tempo: Zibetti lo aspettò fuori da un ristorante alle tre di notte e gli chiese un provino. "Che vu fa l'attore?" rispose Ronconi. E lo prese.Da lì cominciò un percorso con i grandi registi europei: Strehler, Claus Michael Gröber, Ronconi stesso. Zibetti riconosce di aver preso "fin troppo sul serio" la loro visionarietà, distante da quello che sarebbe successo nel paese, cioè un declino della macchina culturale. "La cultura, come quella vegetale, è un fatto generativo. Bisognerebbe sapere come si fanno i semi, come si crescono."Il cinema arrivò nel 1992 con "Nessuno" di Calogero, poi "Mario e il mago" di Brandauer. La svolta fu "Cronaca di un amore violato" di Battiato nel 1996, primo ruolo da protagonista. Per quel film lo vide Bertolucci, che lo volle in "Io ballo da sola". A Cannes era l'anno di Trainspotting. Il produttore Jeremy Thomas gli disse: "If you make something there, you make it everywhere". Zibetti non andò in America. Tornò a Torino.Qui fondò Ozoono, centro di ricerca teatrale nella ex gabbia dell'ippopotamo ai giardini zoologici. Nel 2001 produsse "Londres Sop", sei spettacoli in sei luoghi della città con un sito internet per seguire i personaggi. "Era evidente che i nuovi palcoscenici sarebbero stati quelli digitali." Centomila euro dagli enti locali, altrettanti di tasca sua.Sul mestiere dell'attore ha una convinzione maturata nei decenni: "Ci vogliono vent'anni per capirci qualcosa, e poi sai che non hai capito assolutamente niente. Però hai gli strumenti per avanzare."La conversazione attraversa decine di luoghi torinesi. Le cantine di San Filippo Neri dove i padri filippini prestarono un laboratorio per costruire scenografie. La Cavallerizza occupata dove trovò una vasca di stagno diventata elemento centrale della "Gerusalemme liberata" in forma rock. Il Circolo dei Lettori, "erede lontano delle accademie rinascimentali", dove ha portato Montale con un pianoforte. El Paso, lo spazio occupato dove provò i primi spettacoli della compagnia.Tra i lavori recenti, ha girato con Sorrentino "La Grazia" a Palazzo Chiablese, ha interpretato Bossetti in "Yara" di Giordana e Cecchetto nella serie "Hanno ucciso l'Uomo Ragno" di Sydney Sibilia. In questi giorni è impegnato con "Il grande Giaffa" di Marco Santi al Teatro Milanollo di Savigliano, lo stesso teatro dove a sedici anni guardava le prove di Ronconi.Zibetti vive tra Torino e Parigi, che definisce il suo "frigorifero". Le colline di Torino gli ricordano Los Angeles: "Noi abbiamo i cinghiali, loro hanno i coyote". Ha una critica severa verso il sistema culturale italiano, dove un dirigente di teatro nazionale guadagna centomila euro all'anno e un attore in media cinquemila. "Se non si crea l'humus, se non si fanno crescere le piante, i fruttini sono sempre minori." E chiude con il teatro di Dubrovnik sulle mura: l'ingresso del pubblico dalla città, quello degli artisti dal mare. Una frontiera, come il palcoscenico.

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    41 分